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Nel tentativo di suscitare
un dibattito che possa portare a nuovi approcci nel trattamento
del Parkinson, l'eminente Professor Peter Jenner offre
non solo un quadro dettagliato dei cambiamenti neuronali che
si verificano nella malattia, ma sottolinea anche la complessità
degli eventi ad essi associati.
Tradizionalmente, il Parkinson
è associato a una degenerazione dei neuroni dopaminergici
nella sostanza nera e alla conseguente perdita di dopamina striatale
con conseguente insorgenza dei sintomi motori. Questa affermazione
non fa una piega e spiega l'importanza della terapia dopaminergica
sostitutiva - con levodopa o farmaci agonisti della dopamina
- e che da quarant'anni costituisce la base del trattamento.
Tuttavia, la realtà è che il Parkinson viene definito
da numerosi cambiamenti patologici a livello del cervello e degli
organi periferici, nonché da tutta una serie di anomalie
biochimiche cerebrali conseguenti alla modifica patologica primaria
o risultanti da modifiche adattive secondarie in risposta alla
perdita di dopamina.
Ciò comporta l'alterazione di vari neurotrasmettitori
oltre alla dopamina, che possono a loro volta contribuire all'insorgenza
dei sintomi motori (lentezza, rigidità, tremore e anomalie
posturali) e non motori (disturbi del sonno, alterazioni delle
sensazioni, declino cognitivo, depressione, e alterazioni autonomistiche)
del Parkinson, oltre a fluttuazioni motorie e a complicanze motorie
che accompagnano il trattamento farmacologico e il progresso
della malattia. Questo spiega la complessità della malattia
e le difficoltà associate al controllo di molti aspetti
della sua manifestazione clinica.
Tuttavia, la stessa complessità della malattia potrebbe
offrire un nuovo modo di accostarsi al trattamento farmacologico
di questa condizione clinica che, più che una singola
malattia, appare essere una sindrome.
Questo breve articolo spiega perché gli eventi che si
verificano nel Parkinson si estendono ben oltre il semplice declino
dei livelli dopaminergici striatali e perché le terapie
future dovrebbero mirare a una normalizzazione complessiva dello
squilibrio dei trasmettitori.
LA PATOLOGIA DEL PARKINSON
Uscendo dall'arena dopaminergica,
il quadro patologico del Parkinson appare chiaro nella sua forza
e complessità. Negli altri sistemi monominergici si verifica
una perdita di neuroni che interessa il locus coeruleus e i nuclei
del raphe, con conseguente diminuzione dei livelli di noradrenalina
e 5-HT in varie aree del cervello.
Inoltre, nel prosencefalo basale si verifica la degenerazione
delle proiezioni colinergiche alla corteccia. Si tratta di modifiche
patologiche ben documentate e accompagnate dalla presenza del
marchio distintivo del Parkinson, il corpo di Lewy. Ma i cambiamenti
patologici si estendono ben oltre. Si verifica infatti una patologia
nei nuclei olfattivi, nel nucleo motore dorsale del vago e nel
nucleo pedunculopontino con conseguente alterazione di acetilcolina,
glutammato e innervazione del GABA a livello del troncoencefalo,
mesencefalo e prosencefalo. In realtà, più si esamina
la perdita neuronale, più appare evidente che questa si
verifica a vari livelli e in diverse aree del cervello.
Cosa significa tutto ciò? Significa che il Parkinson è
caratterizzato da una serie di modifiche patologiche complesse
che coinvolgono non solo la dopamina, ma molti altri neurotrasmettitori.
In che modo contribuiscono queste modifiche alla sintomatologia
del Parkinson? Questo interrogativo non trova risposte certe,
tuttavia - poiché il Parkinson manifesta sintomi motori
e non motori che non rispondono ai farmaci dopaminergici - è
verosimile che queste modifiche dipendano dalla perdita di neuroni
non dopaminergici all'esterno del ganglia basale.
Inoltre, i neurotrasmettitori quali noradrenalina, 5-HT e acetilcolina
interagiscono in modo complesso con i neuroni dopaminergici,
e pertanto svolgono un possibile ruolo nell'insorgenza dei sintomi
motori del Parkinson. Tuttavia, ciò che conta veramente
sembra essere il modo in cui la patologia che interessa le regioni
non dopaminergiche del cervello si correla al progresso complessivo
del Parkinson. A tale proposito, le idee da noi elaborate hanno
seguito un percorso non convenzionale.
La ricerca sul Parkinson si è finora concentrata sulla
sostanza nera e sulla perdita di neuroni dopaminergici come epicentro
della causa latente della malattia. Tuttavia, questo presupposto
potrebbe non essere corretto se si osserva che il Parkinson non
origina nella sostanza nera del ganglia basale.
Piuttosto, gli studiosi propongono che il Parkinson sia un disturbo
esteso che ha origine negli organi periferici e che entra nel
sistema nervoso centrale attraverso il troncoencefalo, per poi
progredire nel cervello fino a raggiungere i neuroni dopaminergici
nella sostanza nera e passare a distruggere i neuroni colinergici
che innervano la corteccia.
Sebbene questa idea di un Parkinson a stadi resti opinabile,
l'idea di una malattia progressiva trova riscontro nelle varie
modifiche patologiche e biochimiche tipiche della malattia, così
come anche l'idea che i sintomi motori del Parkinson siano un
evento relativamente tardivo nel corso della malattia e che siano
preceduti da una serie di sintomi non motori, quali stitichezza,
perdita dell'olfatto, gambe senza riposo, disturbi comportamentali
del sonno REM, depressione e ansia.
CAMBIAMENTI ADATTIVI
Tornando alla perdita primaria
dei neuroni dopaminergici nella sostanza nera tipici del Parkinson,
anche in questo caso si ottiene una conferma della complessità
dei cambiamenti biochimici presenti. L'osservazione dimostra
che si verificano cambiamenti adattivi nel circuito del ganglia
basale e nel collegamento tra talamo, corteccia motoria e ganglia
basale che controllano i movimenti volontari.
In altre parole, è impossibile rimuovere l'input dopaminergico
nigrale al ganglia basale senza provocare alterazioni nell'attività
dei neuroni che utilizzano una varietà di trasmettitori
diversi dalla dopamina. Ciò è spiegato dal fatto
che i neuroni nel ganglia basale sono organizzati in catene sequenziali
e parallele che elaborano le informazioni motorie, sensorie e
cognitive per consentire il movimento controllato attraverso
meccanismi anticipatori (feed forward) e posticipatori (feed
back).
Sebbene tutto ciò possa apparire incredibilmente complesso,
in essenza la perdita di dopamina nel Parkinson porta a cambiamenti
nell'attività elettrica dei neuroni sottostanti al percorso
dopaminergico danneggiato, modificando pertanto il rilascio dei
neurotrasmettitori che propagano i segnali alle cellule neuronali
successive.
Di conseguenza, la perdita di dopamina determina importanti cambiamenti
nella trasmissione colinergicica, GABAergica e glutamatergica
a livello del ganglia basale. L'importanza di tali alterazioni
è facilmente verificabile nel contesto clinico, in quanto
spiega il perché farmaci quali l'amantadina NMDA antagonista
e il benzexolo antagonista muscarinico producono effetti sui
sintomi del Parkinson. Tali alterazioni spiegano inoltre i benefici
della pallidotomia e della stimolazione profonda del cervello
su alcuni segni e sintomi del Parkinson.
COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?
L'obiettivo di quest'articolo
non era di fornire un quadro dettagliato dei cambiamenti neuronali
che si verificano nel Parkinson, quanto piuttosto di gettare
luce sulla complessità degli eventi patologici al fine
di dare impulso a nuovi approcci al trattamento.
Indubbiamente, la terapia dopaminergica sostitutiva porta a miglioramenti
notevoli nei sintomi motori del Parkinson e - entro una certa
misura - anche ai segni non motori quali disturbi del sonno,
alterazioni sensoriali e depressione.
Tuttavia, siamo ancora di fronte a sfide significative nel trattamento
dell'intera gamma di componenti motori del Parkinson (andatura,
equilibrio), di molti sintomi non motori (cognizione, parlata,
comportamenti compulsivi, dolore), delle complicanze motorie
(discinesia, congelamento) e delle fluttuazioni motorie (wearing
off, on-off).
Per conseguire un miglior controllo terapeutico nel Parkinson,
dobbiamo allontanarci dall'era della terapia dopaminergica sostitutiva
ed entrare in un nuovo assetto terapeutico che ci consenta di
manipolare i cambiamenti neuronali dopaminergici e non dopaminergici
all'interno e all'esterno del ganglia basale, nonché di
applicare un approccio olistico attraverso il trattamento farmacologico.
Trattare individualmente i sistemi non dopaminergici danneggiati
dal Parkinson potrebbe diventare una realtà, tanto che
sono già in corso alcuni tentativi di operare in questo
senso attraverso farmaci che agiscono sui recettori del 5-HT
(sarizotan), della noradrenalina (fipamezolo) e dell'adenosina
(istradefillina, preladenant).
Allo stato attuale, sembra tuttavia che questi farmaci possano
solo coadiuvare la terapia dopaminergica aumentando il carico
dei medicinali, e nessuno di questi promette di farci compiere
significativi passi avanti.
L'alternativa è di introdurre farmaci multifunzionali
nella terapia attraverso una combinazione di attività
farmacologiche che servano non solo a rimpiazzare la terapia
dopaminergica sostitutiva, ma anche a stabilizzare e normalizzare
una serie di anomalie dei trasmettitori che sottendono alle molteplici
e svariate manifestazioni del Parkinson.
Meno facile è definire il modo in cui conseguiremo questo
obiettivo. Una soluzione potrebbe risedere nell'alterazione dell'attività
elettrica dei neuroni, dettata dall'azione dei canali degli ioni
che controllano il flusso di calcio, potassio e sodio all'interno
e all'esterno delle cellule neuronali. Tale meccanismo generale,
applicabile a molti tipi neuronali diversi, potrebbe portare
all'introduzione di molecole di nuova generazione per il trattamento
del Parkinson.
Gli esperimenti dimostrano, per esempio, che la manipolazione
dei canali di sodio nel nucleo subtalamico produce alterazioni
nell'attività neuronale equivalenti a quelle prodotte
dalla DBS. I farmaci che agiscono in modo simile potrebbero produrre
miglioramenti nei componenti clinici del Parkinson attualmente
controllati mediante intervento chirurgico, ma potrebbero anche
trovare applicazione generale normalizzando la funzione neuronale
attraverso il cervello.
Peter Jenner è direttore del Neurodegenerative Diseases
Research Centre presso la School of Health and Biomedical Sciences,
del King's College di Londra, R.U.
Questo articolo è stato
realizzato con un finanziamento educazionale non vincolante della
Merck Serono SA, Switzerland, per finalità scientifiche.
Merck Serono non rilascia alcuna dichiarazione in merito alla
completezza, accuratezza o affidabilità delle informazioni
fornite. Le opinioni espresse dall'autore non riflettono necessariamente
le opinioni, idee o politiche della Merck Serono o dell'EPDA
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