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Circa due anni fa la nostra
Associazione è stata contattata da due studentesse della
Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino
che dovevano svolgere la loro tesi di laurea sui bisogni psicologici
e relazionali delle persone affette da Parkinson e dei loro coniugi.
I risultati della loro ricerca costituiranno I' oggetto della
relazione dei prof. Felice Perussia al prossimo convegno annuale
di APM, quella che segue è, invece, la testimonianza di
Cinzia e Jessica al riguardo della loro esperienza, da un punto
di vista strettamente personale.
"Nel febbraio 2000,
disperate perché, come la maggior parte degli studenti
all'ultimo anno di Psicologia all'Università di Torino,
non avevamo ancora il titolo della tesi e ci mancavano solo tre
esami per finire, ci siamo rivolte al Preside di Facoltà,
prof. Felice Perussia, che senza perdersi in chiacchiere, ci
ha dato cinque minuti per decidere se accettare o meno una tesi
relativa alla malattia di Parkinson.
In meno di un minuto, senza sapere quasi nulla di Parkinson,
avevamo accettato... in quel momento l'importante era avere,
finalmente, l'agognato titolo!
Per svolgere la nostra ricerca avremmo dovuto individuare quali
fossero i bisogni psicosociali avvertiti dai pazienti parkinsoniani
e dai loro coniugi, attraverso interviste ad alcuni soggetti
che avremmo reclutato presso l'associazione Azione Parkinson
Milano'. I compiti sarebbero stati equamente suddivisi: Jessica
si sarebbe occupato di intervistare i pazienti, Cinzia di intervistare
i familiari.
Per prima cosa abbiamo incontrato il presidente di APM, d.ssa
Lucilla Bassi, che ci ha subito invitate a prendere parte alle
riunioni del Gruppo di autosostegno che si tengono al lunedì,
al fine di iniziare a conoscere qualche membro dell'Associazione.
La stesso signora Bassi ci ha anche fornito testi e materiale
per familiarizzarci con questa patologia che abbiamo attentamente
letto prima di presentarci agli incontri, nella speranza di essere
almeno un poco preparate ad un'esperienza che per noi era del
tutto nuova ."
... racconta Cinzia, che ha
raccolto le interviste con i familiari.
" Personalmente del
primo incontro ricordo un grande tavolo di legno intorno al quale
ci siamo seduti, saremmo stati all'incirca una quindicina, ricordo
la signora Bossi che ci presentava e spiegava come mai fossimo
lì e la disponibilità e la gentilezza con la quale
siamo state accettate fin dal primo giorno.
Ricordo di aver trascorso gran parte del tempo di quella prima
riunione a scindere mentalmente chi era 'parkinsoniano"
da chi non manifestava sintomi evidenti, forse per capire meglio
con chi e cosa mi sarei dovuta confrontare, o forse solo per
mettere alla prova le mie 'conoscenze mediche' recentemente acquisite.
Ho poi scoperto che capita quasi sempre che alle riunioni siano
presenti anche alcuni familiari, a volte perfino senza il coniuge
malato, ed ho così iniziato ad intuire che anche chi non
vive la malattia in prima persona ma è costantemente relazionato
ad un paziente ha spesso necessità di conforto e sostegno
psicologico.
Si respirava un clima rilassato, quasi familiare, dove chiunque
era libero di sentirsi se stesso, con o senza tremori e incespicamenti,
ho apprezzato la voglia che traspariva di reagire alla malattia
anche se, in realtà, ne sono rimasta sorpresa; infatti
solo più in là nel tempo avrei scoperto che loro
sono così: non si arrendono, certo hanno alti e bassi,
ma continuano a lottare e a sperare.
Abbiamo iniziato a frequentare il gruppo del lunedì sempre
con maggior frequenza e costanza, principalmente con l'intento
di avvicinarci ad un mondo a noi pressocché ignoto, dal
quale però poi siamo state pian piano piacevolmente 'inglobate'.
E' così arrivato il momento delle interviste; ricordo
di aver avuto qualche preoccupazione: avrei dovuto toccare argomenti
personali e di rilievo con persone che vivevano a stretto contatto
col dolore, non sapevo come avrebbero reagito, né tanto
meno se io sarei stata in grado di portare a termine al meglio
questo non semplice compito.
Ho invece trovato persone veramente speciali, che si sono dimostrate
pronte alla condivisione delle loro esperienze ed interessate
ad una buona riuscito dei nostro lavoro e che mi hanno il più
delle volte messo a mio agio, facilitando in tal modo lo svolgersi
delle inter viste e alleggerendo non poco il mio comprensibile
coinvolgimento emotivo ."
... è il racconto di
Jessica, che ha raccolto le interviste con i pazienti.
"Non è stato
facile...
Se dovessi scegliere una frase che racchiuda l'inizio della mia
esperienza con il 'gruppo Parkinson' utilizzerei proprio questa;
ed anche i puntini di sospensione sono indispensabili per indicare
che questo è stato solo il punto di partenza di tante
storie raccontate e raccolte.
Non è stato facile perché mi sono dovuta destreggiare
all'interno di tante situazioni che erano e rappresentavano per
me una vera e propria 'prima volta'.
Era la prima volta che mi trovavo di fronte a persone malate
che fino a quel momento erano anche sconosciute.
Era la primo volta che mi accingevo a frequentare un'associazione
di cui non conoscevo, né gli obiettivi, né l'operato.
Era la prima volta che avrei dovuto condurre delle interviste
che di fatto 'irrompessero' in una realtà privata, personale,
quasi inaccessibile.
E' passato molto tempo da allora e ripensandoci, a due anni
di distanza, non ho dei ricordi nitidi e predominanti, ma ciò
che mi torno alla mente è un miscuglio (mi si passi il
termine) di colori e suoni: i colori dei quadri dipinti dai pazienti
ed i suoni delle canzoni napoletane cantate.
Non è stato facile, ma non è stato nemmeno possibile
resistere, non è stato possibile non farsi coinvolgere
in una conoscenza reciproca; conoscere e farsi conoscere in un'alternanza
di scambi di esperienze, realtà, vissuti ed emozioni.
Andare agli incontri è stata la risposta più naturale
ed immediato che, da un lato, soddisfacesse la mia curiosità
rispetto a 'nuovi mondi' che si stavano per svelare e, dell'altro,
che stimolasse il desiderio di confrontarmi con situazioni che
avrebbero destato solidarietà, tenerezza, ammirazione,
rabbia al limite, ma non certo indifferenza.
E' qui, durante gli incontri, che è stato possibile
porre le basi per 'costruire' quello che sarebbe diventato, durante
l'intervista a tu per tu con il paziente, un 'momento comune
d'intesa'. Un momento 'nostro' nel quale entrambi, il mio interlocutore
ed io, fossimo a conoscenza del fatto che ciò che avremmo
condiviso sarebbe stato importante per tutti e due: per chi avevo
di fronte che avrebbe accettato di parlare di sé, e per
me perché, storia dopo storia, avrebbe preso forma il
progetto-tesi.
Alla fine sono state 25 le interviste fatte ..... 25 storie,
come ho preferito chiamarle dall'inizio. Fossero state solo interviste
sarebbero state solo il completamente della tesi, le storie no
perché non s'interrompono, ma ti fanno pensare anche quando
davanti a te non c'è più nessuno ."
... per concludere ...
"Nel periodo di frequentazione
dei gruppo abbiamo vissuto con loro gli alti e i bassi della
malattia, i malumori e le gioie, i lutti e le nascite, giorni
di profonde riflessioni e poesia ed altri di puro divertimento,
canti e barzellette; in conclusione, dopo tante ore passate insieme
possiamo dire con assoluta certezza che i nostri nuovi amici
sono riusciti a fornire una valida motivazione ad un compito
assegnatoci per caso: essere loro in qualche modo d'aiuto ."
Quanto a noi del Gruppo di
autosostegno ringraziamo di cuore Cinzia e Jessica che portando
fra noi il loro sorriso esuberante di giovinezza e di vita ci
hanno fatto un dono inestimabile.
Parkinson Italia News n.2002-1 |