Al via le sperimentazioni per il pacemaker cerebrale.
di Eugenio Occorsio
da: la Repubblica.it
(22 marzo 2004)

Con tutta la cautela possibile, chiarendo benissimo che lavorano solo su volontari perfettamente consapevoli, che sanno alla perfezione di esplorare un terreno reso tragicamente minato dagli elettroshock e dalle lobotomie del XX secolo, un gruppo di scienziati americani ha avviato un esperimento rivoluzionario: l'installazione di pacemaker nel cervello. Con un meccanismo molto simile alla stimolazione cardiaca, e grazie ai più recenti studi che hanno permesso di localizzare nel cervello molte funzioni, questi apparecchi mirano a risolvere una lunga serie di problemi, a partire dai mal di testa più invincibili fino alle più devastanti forme di depressione e di disordini ossessivocompulsivi. "Si è aperto tutto un nuovo campo di ricerca", commenta AlimLouis Benabid, il neurochirurgo che conduce gli studi all'università di Grenoble. "Una lunga serie di industrie di materiali sanitari avanzati sta investendo massicciamente (non a caso la notizia l'ha data il Wall Street Journal, ndr), anche se vedremo i primi risultati concreti non prima di 510 anni".
Per installare il pacemaker celebrale bisogna intraprendere una difficile operazione che dura sei ore serrate, per di più sul paziente sveglio e collaborante: a lui vengono infatti risparmiati dolore e sofferenze, tanto sono miniaturizzate le apparecchiature usate ed evolute le tecnologie operatorie. Così per lunghe fasi può restare vigile e guidare i chirurghi dicendogli le sue sensazioni momento per momento. Vengono praticati due piccoli fori nella parte alta del cranio, e da lì introdotti due cavi dello spessore di uno spaghetto, attrezzati di elettrodi e scanner computerizzati iperavanzati. Quindi, trovando la strada nelle fibre nervose superficiali precedentemente mappate, i cavi vengono pian piano fatti scendere lungo il capo del paziente, uno per lato. L'obiettivo è raggiungere due neurostimulatori inseriti sotto la pelle appena sotto al collo, simili ai pacemaker cardiaci. Come per questi, il livello, l'intensità e il ritmo delle stimolazioni sono programmati dal medico, una volta trovati i punti del cervello su cui l'elettrostimolazione deve agire. I cavi sono collegati ad un microelettrodo (un ago del diametro di 12 millimetri) lungo il quale sono previsti dei punti di contatto con l'ambiente circostante, cioè le cellule nervose "bersaglio" dell'intervento, attraverso cui è possibile registrare e stimolare.
Alla base della procedura c'è la consapevolezza che il cervello usa per trasmettere messaggi piccoli impulsi elettrici e chimici: la stimolazione dall'esterno li amplifica, li attenua, li "spegne" quando necessario. I primi risultati sembrano incoraggianti: il professor Benabid racconta di pazientivolontari che sono potuti tornare al lavoro e riprendere una vita normale vincendo paure e ossessioni paralizzanti, altri che hanno smesso le loro debilitanti ripetizioni di comportamenti, altri ancora che hanno vinto la depressione. Il ricercatore francese non lo dice espressamente, ma nel suo ambiente in parecchi cominciano a pensare ad una soluzione addirittura per l'inguaribile Alzheimer. "Il problema vero è che è molto difficile capire lo stesso processo che è alla base dell'Alzheimer", obietta però John Morris, neurologo della Washington University.
Ma sull'intera questione la comunità scientifica è molto prudente e in buona parte scettica. "Tenete presente che l'elettrostimolazione, con elettrodi ad ago sottilissimo inseriti in alcune zone particolari del cervello, è già usata ampiamente da anni e con un certo successo contro il morbo di Parkinson", commenta Paolo Rossini, direttore del dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Roma. "Inoltre, al posto di questo metodo di neurostimolazione "invasiva" sono già disponibili tecniche non invasive che impiegano onde elettromagnetiche erogate all'esterno del cranio, che si sono dimostrate d'interesse per la cura delle depressione e dell'epilessia". Sulle altre applicazioni sperimentate oggi in Francia, le perplessità sono pesanti. "In ogni caso, per esempio contro la depressione, dev'essere sempre ben chiaro che parliamo di una frangia di pazienti estremamente minoritaria per i quali qualsiasi altra terapia si è dimostrata vana. Ma anche a queste condizioni conclude Rossini non vedo un gran futuro per l'elettrostimolazione nella cura delle malattie mentali".

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Questo testo era pubblicato su Internet nella pagina http://www.repubblica.it/supplementi/af/2004/03/22/attualita/016brain.html, del 22 marzo 2004, non più in linea.