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Con tutta la cautela possibile,
chiarendo benissimo che lavorano solo su volontari perfettamente
consapevoli, che sanno alla perfezione di esplorare un terreno
reso tragicamente minato dagli elettroshock e dalle lobotomie
del XX secolo, un gruppo di scienziati americani ha avviato un
esperimento rivoluzionario: l'installazione di pacemaker
nel cervello. Con un meccanismo molto simile alla stimolazione
cardiaca, e grazie ai più recenti studi che hanno permesso
di localizzare nel cervello molte funzioni, questi apparecchi
mirano a risolvere una lunga serie di problemi, a partire dai
mal di testa più invincibili fino alle più devastanti
forme di depressione e di disordini ossessivocompulsivi. "Si
è aperto tutto un nuovo campo di ricerca", commenta
AlimLouis Benabid, il neurochirurgo che conduce gli studi all'università
di Grenoble. "Una lunga serie di industrie di materiali
sanitari avanzati sta investendo massicciamente (non a caso la
notizia l'ha data il Wall Street Journal, ndr), anche se
vedremo i primi risultati concreti non prima di 510 anni".
Per installare il pacemaker celebrale bisogna intraprendere una
difficile operazione che dura sei ore serrate, per di più
sul paziente sveglio e collaborante: a lui vengono infatti risparmiati
dolore e sofferenze, tanto sono miniaturizzate le apparecchiature
usate ed evolute le tecnologie operatorie. Così per lunghe
fasi può restare vigile e guidare i chirurghi dicendogli
le sue sensazioni momento per momento. Vengono praticati due
piccoli fori nella parte alta del cranio, e da lì introdotti
due cavi dello spessore di uno spaghetto, attrezzati di elettrodi
e scanner computerizzati iperavanzati. Quindi, trovando la strada
nelle fibre nervose superficiali precedentemente mappate, i cavi
vengono pian piano fatti scendere lungo il capo del paziente,
uno per lato. L'obiettivo è raggiungere due neurostimulatori
inseriti sotto la pelle appena sotto al collo, simili ai pacemaker
cardiaci. Come per questi, il livello, l'intensità
e il ritmo delle stimolazioni sono programmati dal medico, una
volta trovati i punti del cervello su cui l'elettrostimolazione
deve agire. I cavi sono collegati ad un microelettrodo (un ago
del diametro di 12 millimetri) lungo il quale sono previsti dei
punti di contatto con l'ambiente circostante, cioè
le cellule nervose "bersaglio" dell'intervento,
attraverso cui è possibile registrare e stimolare.
Alla base della procedura c'è la consapevolezza che
il cervello usa per trasmettere messaggi piccoli impulsi elettrici
e chimici: la stimolazione dall'esterno li amplifica, li
attenua, li "spegne" quando necessario. I primi risultati
sembrano incoraggianti: il professor Benabid racconta di pazientivolontari
che sono potuti tornare al lavoro e riprendere una vita normale
vincendo paure e ossessioni paralizzanti, altri che hanno smesso
le loro debilitanti ripetizioni di comportamenti, altri ancora
che hanno vinto la depressione. Il ricercatore francese non lo
dice espressamente, ma nel suo ambiente in parecchi cominciano
a pensare ad una soluzione addirittura per l'inguaribile
Alzheimer. "Il problema vero è che è molto
difficile capire lo stesso processo che è alla base dell'Alzheimer",
obietta però John Morris, neurologo della Washington University.
Ma sull'intera questione la comunità scientifica
è molto prudente e in buona parte scettica. "Tenete
presente che l'elettrostimolazione, con elettrodi ad ago
sottilissimo inseriti in alcune zone particolari del cervello,
è già usata ampiamente da anni e con un certo successo
contro il morbo di Parkinson", commenta Paolo Rossini,
direttore del dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli
di Roma. "Inoltre, al posto di questo metodo di neurostimolazione
"invasiva" sono già disponibili tecniche non
invasive che impiegano onde elettromagnetiche erogate all'esterno
del cranio, che si sono dimostrate d'interesse per la cura
delle depressione e dell'epilessia". Sulle altre applicazioni
sperimentate oggi in Francia, le perplessità sono pesanti.
"In ogni caso, per esempio contro la depressione, dev'essere
sempre ben chiaro che parliamo di una frangia di pazienti estremamente
minoritaria per i quali qualsiasi altra terapia si è dimostrata
vana. Ma anche a queste condizioni conclude Rossini non vedo
un gran futuro per l'elettrostimolazione nella cura delle
malattie mentali".
Copyright 2004, la Repubblica.it
Questo testo era pubblicato su Internet nella pagina http://www.repubblica.it/supplementi/af/2004/03/22/attualita/016brain.html,
del 22 marzo 2004, non più in linea. |