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Introduzione
E' noto che
i primi sintomi della Malattia di Parkinson si manifestano generalmente
quando circa l'80-85% delle fibre dopaminergiche è ormai
degenerato, da qui l'importanza di sviluppare delle nuove
strategie terapeutiche volte a salvaguardare i neuroni dopaminergici
residui ed a stimolare una loro ricrescita o sprouting al fine
di migliorare il deficit della trasmissione dopaminergica presente
nei pazienti parkinsoniani. La cosiddetta terapia ristorativa
o restaurativa cerca di rispondere a queste necessità.
Tale approccio terapeutico, pur essendo prevalentemente costituito
da strategie ancora sperimentali, rappresenta un fondamentale
passo avanti nel tentativo di superare la terapia sintomatologica
e realizzare una terapia eziologia per la malattia di Parkinson.
Il fulcro della terapia restaurativa è infatti basato
sulla eventualità di riparare o ripristinare la funzione
dei neuroni dopaminergici con mezzi farmacologici o biologici
(terapie geniche), e sulla possibilità di sostituire i
neuroni degenerati con nuove cellule in grado di produrre autonomamente
dopamina. Negli ultimi anni la chirurgia dei trapianti cellulari
ha suscitato un crescente interesse negli ambienti della ricerca
scientifica e numerosi studi clinici sono stati condotti da diversi
gruppi di ricercatori in vari paesi del mondo.
Trapianti cerebrali
di cellule: fasi precliniche
Nell'ambito
dei trapianti cerebrali le cellule maggiormente utilizzate sono
le cellule adrenergiche della midollare del surrene e, più
recentemente, le cellule fetali di mesencefalo ventrale. In entrambi
i casi, il miglioramento clinico aspettato può essere
ricondotto a due meccanismi principali: i) la produzione di dopamina
da parte delle cellule trapiantate; ii) la stimolazione del sistema
dopaminergico dell'ospite (sprouting) indotto delle nuove
cellule trapiantate. E' da sottolineare che in tutti i modelli
animali e negli studi clinici condotti nell'uomo la sede
del trapianto non è la sostanza nigra, naturale sede di
produzione della dopamina (DA), ma il corpo striato, struttura
anatomica fondamentale dei nuclei della base, formata dai nuclei
Caudato e Putamen. Il corpo striato costituisce il target finale
per l'azione delle cellule dopaminergiche normalmente presenti
nella sostanza nera in quanto la DA prodotta da queste cellule
viene liberata proprio a livello dei neuroni del corpo striato
per regolarne l'attività. Il perché siano
stati effettuati sempre trapianti intrastriatali si può
ricondurre a diverse motivazioni tra cui le difficoltà
anatomiche, le dimensioni dei diversi nuclei, la necessità
di ridurre lo spazio e quindi il tempo necessari ai terminali
rigenerati per raggiungere lo striato e liberare la DA, le difficoltà
proprie di attecchimento nella sostanza nigra. In un recente
lavoro (Baker et al 2000) è stato riportato di un doppio
impianto intranigrale e intrastriatale, effettuato in topi resi
parkinsoniani, cui sarebbe seguito un netto miglioramento dei
sintomi extrapiramidali.
Si può pertanto affermare che il miglioramento dei sintomi
clinici della malattia di Parkinson auspicato da tutti i procedimenti
di trapianto cellulare effettuati nei gangli della base è
legato alla possibilità di una consistente sopravvivenza
delle cellule trapiantate nel tessuto cerebrale ospite, alla
successiva formazione di connessioni sinaptiche con i neuroni
preesistenti e quindi alla ricostituzione di una migliore rete
neurale che permetta una maggiore produzione di dopamina endogena
da parte delle nuove cellule trapiantate e di quelle dell'ospite
stesso.
La possibile applicazione clinica dei trapianti di cellule nevose
nelle patologie degenerative che colpiscono il sistema extrapiramidale
è stata suggerita circa 20 anni fa quando fu osservato
che il tessuto mesencefalico fetale di ratto impiantato nel nucleo
striato di topi resi parkinsoniana poteva ridurre i sintomi della
malattia (Perlow et al 1979). Questa prima pionieristica, entusiasmante
osservazione è stata seguita da numerosissimi studi condotti
su roditori e su primati.
Non tutti gli studi effettuati nei roditori hanno tuttavia confermato
la reale efficacia a lungo termine delle procedure di trapianto,
sia delle cellule di midollare di surrene, sia di quelle fetali
mesencefaliche, forse a causa di una scarsa integrazione tra
le cellule trapiantate ed il tessuto cerebrale dell'ospite
(Date 1990; Freed 1992; Bergdall 1994).
Migliori risultati sono stati invece ottenuti nei primati, dove
è stato dimostrato che scimmie rese parkinsoniane in seguito
al trattamento con MPTP, presentavano un persistente miglioramento
dei sintomi clinici dopo trapianto di cellule fetali di mesencefalo
ventrale in grado di produrre dopamina (Elsworth 1997).
Nell'ambito dei trapianti esistono numerosi problemi pratici
e molteplici difficoltà che devono essere prese in seria
considerazione, prima tra tutte la scarsa sopravvivenza delle
cellule trapiantate è infatti importante sottolineare
che circa l'80-95 % delle cellule trapiantate può
andare incontro a fenomeni degenerativi, la così detta
morte lenta per apoptosi, nei primi giorni dopo l'intervento.
La possibilità di migliorare la sopravvivenza delle cellule
trapiantate e di ridurne quindi la morte nelle prime fasi post-intervento
è legata alla scoperta ed alla utilizzazione dei cosiddetti
fattori trofici. Con questo termine si indicano dei fattori biologici
che esercitano una azione protettiva sulle cellule e che possono
essere facilmente aggiunti nelle culture cellulari da impiantare
rendendo le cellule meno vulnerabili.
Tra i numerosi fattori trofici utilizzati negli ultimi anni nei
diversi studi in modelli animali ricordiamo principalmente: le
citochine (Carvey 2001), diversi tipi di fattori neurotrofici
prodotti dalle cellule gliali, (Sortwell et al 2000; Zawada et
al 1998), vari tipi di lipidi ad azione antiossidante tra cui
i lazaroidi che inibiscono le perossidasi e quindi la formazione
di radicali liberi ed i conseguenti fenomeni ossidativi cellulari
(Hasson et al2000; Nakao et al 1994), gli inibitori enzimatici
delle proteasi come le caspasi in grado di bloccare i fenomeni
di proteolisi alla base della distruzione delle cellule (Schierle
et al 1999).
L'importanza dei fattori trofici è notevole se si
tiene presente che aumentando la percentuale di sopravvivenza
delle cellule trapiantate si riduce la quantità di tessuto
embrionale umano richiesto per ogni trapianto. E' inoltre
basilare migliorare le strutture operatorie attuali realizzando
strumentazioni sempre più raffinate e ridurre le difficoltà
legate alla conservazione del tessuto mesencefalico embrionale
fino al momento del trapianto (studi in modelli animali hanno
infatti dimostrato che la criopreservazione potrebbe rendere
il trapianto inefficace).
Trapianti cerebrali
di cellule: studi clinici nell'uomo
A partire dai
primi anni novanta, sulla base dei numerosi studi preclinici
effettuati nei modelli animali, sono stati eseguiti numerosi
trapianti di cellule con proprietà dopaminergiche in pazienti
affetti da Malattia di Parkinson utilizzando sia cellule della
midollare del surrene prelevate dagli stessi pazienti, trapianti
omologhi, sia cellule embrionali di mesencefalo ventrale prelevate
da tessuto fetale, trapianti eterologhi.
Trapianti di
cellule della midollare del surrene
Gli studi basati
sul trapianto di cellule della midollare del surrene hanno preceduto
quelli che utilizzano le cellule fetali di mesencefalo ventrale
e sono stati in parte abbandonati per presenza di una scarsa
sopravvivenza delle cellule trapiantate e quindi per l'elevato
rischio di declino del miglioramento clinico iniziale (Madrazo,
1987e 1991; Fazzini et al 1991; Chung et al 1994). In particolare,
i risultati relativi ad uno studio multicentrico americano condotto
su 61 pazienti hanno mostrato come dopo due anni dal trapianto
il 18 % dei pazienti era deceduto, il 22% aveva manifestato varie
complicanze psichiatriche (confusione mentale, agitazione, psicosi)
e solo il 19% presentava un miglioramento della sintomatologia
clinica caratterizzato soprattutto da una maggiore durata della
fase ON e da una relativa riduzione della gravità dei
sintomi (Goets et al 1991). In questo ultimo gruppo di pazienti,
tuttavia, l'allungamento della fase ON giornaliera e la
riduzione dei sintomi clinici era ancora presente dopo altri
due anni di osservazione facendo pensare ad un possibile rallentamento
nella progressione di malattia (Diamond et al 1994).
In sintesi, i trapianti di cellule della midollare del surrene
presentano scarse implicazioni di tipo etico, in quanto si tratta
di trapianti autologhi, cioè basati sul trapianto di cellule
appartenenti sempre allo stesso paziente), e la loro efficacia
dovrebbe essere assicurata dalla loro capacità di stimolare
il sistema dopaminergico dell'ospite attraverso l'induzione
di nuovi contatti sinaptici con le cellule dopaminergiche residue.
D'altra parte, i risultati clinici fino ad ora riportati
con questo tipo di trapianto non sono stati particolarmente incoraggianti
considerando l'elevata morbilità e mortalità
osservata e la variabilità e transitorietà della
risposta clinica (1-2 anni) nel tempo, quest'ultimo dato
sicuramente dovuto alla difficile sopravvivenza cellule nel nucleo
striato. Si deve tuttavia ricordare che negli ultimi anni la
possibilità di aumentare la sopravvivenza delle cellule
in coltura mediante l'aggiunta di fattori trofici ha rinnovato
l'interesse per questo tipo di trapianto.
Trapianti di
cellule fetali mesencefaliche embrionali
Esistono numerosi
studi clinici relativi al trapianto di cellule FVM nell'uomo.
La maggior parte di tali studi è stata tuttavia limitata
ad un esiguo numero di pazienti, compresi tra 1 e 10 casi (Freed
et al 1990 e 1992, Neng et al 1992, Lindvall et al 1990, Hoffer
et al 1992, Lopez-Lozano et al 1997)
Tutti questi studi sono condotti in pazienti in fase avanzata
di malattia, con una lunga storia farmacologica, fluttuazioni
motorie, fenomeni di tipo ON-OFF e discinesie indotte dal trattamento
con levodopa. Benché in nessuno di questi studi sono stati
riportati gravi effetti collaterali, i miglioramenti clinici
osservati nei primi mesi dopo il trapianto sono stati variabili
e la loro durata si è rivelata spesso transitoria. La
variabilità dei risultati relativi a questi studi può
essere ascritta alla mancanza di omogeneità nelle procedure
utilizzate e quindi ai diversi approcci chirurgici effettuati,
alla quantità ed all'età del tessuto fetale
trapiantato, all'uso di immunosoppressori, alle caratteristiche
epidemiologiche dei pazienti che possono aver condizionato la
sopravvivenza delle cellule nel tessuto dell'ospite.
I risultati a lungo termine (quattro anni di osservazione) del
primo studio relativo al trapianto di cellule fetali di mesencefalo
ventrale condotto su un elevato numero di pazienti con caratteristiche
cliniche ed epidemiologiche ben definite, sono stati recentemente
pubblicati da alcuni ricercatori americani (Freed et al 2001).
In questo studio sono stati esaminati e seguiti 40 pazienti che
presentavano una lunga storia di malattia, una buona risposta
alla levodopa nei primi anni di trattamento, l'assenza di
deterioramento cognitivo, di allucinazioni e di altre patologie
del sistema nervoso centrale. L'intero gruppo di pazienti
è stato quindi suddiviso in due sottogruppi sopra e sotto
i 60 anni al fine di poter valutare obiettivamente l'effetto
dell'età dei pazienti sulla positività del
trapianto. A differenza degli studi precedenti, questo studio
Ë stato condotto in condizioni di doppio cieco in quanto
il trapianto di cellule è stato effettuato solo in 20
dei 40 pazienti, scelti casualmente nei due sottogruppi con più
o meno di 60 anni. La condizione di doppio cieco è molto
importante perché esclude l'influenza personale ed
assicura una maggiore attendibilità dei risultati osservati
in quanto sia i medici, sia gli stessi pazienti, non sapevano
in quali pazienti il trapianto fosse stato realmente realizzato.
In base questo disegno, le cellule fetali sono state impiantate
in sede intrastriatale in 20 pazienti, mentre negli altri 20
l'intervento chirurgico è stato effettuato senza
impianto di cellule. L'intervento è avvenuto in condizioni
di anestesia locale ed ogni paziente deputato al trapianto ha
ricevuto il tessuto fetale proveniente da un singolo embrione
attraverso due cannule inserite per via frontale bilateralmente.
Non sono stati osservati effetti collaterali peri-operatori e
nessuno dei pazienti ha assunto immunosoppressori.
I pazienti sono stati rivalutati 12 mesi dopo l'intervento.
Il quadro clinico è stato studiato utilizzando numerose
scale di valutazione, mentre la sopravvivenza delle cellule trapiantate
è stata esaminata mediante degli studi PET con fluorodopa
in grado di visualizzare l'attività dopaminergica
all'interno del corpo striato. I risultati delle valutazioni
cliniche hanno mostrato un miglioramento significativo della
sintomatologia parkinsoniana, soprattutto della rigidità
e della bradicinesia, ed un significativo allungamento della
durata della fase di ON giornaliero solo nei pazienti giovani
(età inferire o pari a 60 anni) che avevano realmente
subito trapianto cellulare. D'altra parte, è importante
notare che, a differenza della clinica, gli studi PET hanno chiaramente
dimostrato una buona sopravvivenza e funzionalità delle
cellule trapiantate in tutti i pazienti indipendentemente dall'età.
Finita la fase in doppio cieco, durata un anno, i pazienti sono
stati informati sulle procedure chirurgiche effettuate e sono
stati nuovamente valutati dopo altri 3 anni dall'intervento.
Questi nuovi dati, di recente pubblicazione, hanno confermato
l'assenza di qualsiasi miglioramento clinico nei pazienti
con più di 60 anni e la persistenza di un significativo
miglioramento dei sintomi parkinsoniani nei pazienti giovani,
ma hanno anche segnalato l'insorgenza di gravi effetti discinetici
in 5 pazienti giovani che non si sono ridotti neanche dopo la
completa sospensione della terapia dopaminergica.
In sintesi, i dati di questo importante studio condotto per la
prima volta su un ampio gruppo di pazienti dimostrano che le
cellule embrionali sono in grado di sopravvivere a lungo nei
nuclei striati, come confermano gli studi PET con fluorodopa,
e di accrescersi nel putamen di tutti i pazienti, indipendentemente
dalla loro età e dalla mancanza di immunosoppressione.
Tuttavia tale obiettività anatomica non si associa sempre
ad un reale miglioramento clinico perché la presenza di
un persistente miglioramento dei sintomi extrapiramidali è
stata osservata solo nei pazienti con un'età inferiore
ai 60 anni, forse per una minore plasticità dei neuroni
dei pazienti più anziani.
Nei pazienti giovani deve essere tenuto ben presente il possibile
rischio di discinesie violente, che potrebbe essere legato ad
un eccessiva attività dopaminergica delle cellule trapiantate,
forse legata alla sede di trapianto o alla difficoltà
nel controllare l'espansione delle nuove cellule.
Nuove prospettive
Negli ultimi
tempi, in relazione alle problematiche etiche legate alle procedure
terapeutiche che utilizzano cellule embrionali, si Ë cercato
di individuare ed isolare nuove linee cellulari che potessero
avere delle caratteristiche utili nel ripristinare la trasmissione
dopaminergica senza dover ricorrere a tessuto e fetale. Sulla
base di recenti studi effettuati in modelli animali di roditori
(1995) sono stati riportati miglioramenti della sintomatologia
parkinsoniana in pazienti sottoposti a trapianto unilaterale
intrastriatale di tessuto preso per via endoscopica dal ganglio
cervicale toracico degli stessi pazienti. Si tratta però
di casi isolati in cui manca l'osservazione a lungo termine.
Altri studi hanno invece rinnovato l'interesse per il trapianto
di cellule della midollare del surrene, suggerendo che l'aggiunta
di cellule di nervo periferico dovrebbe rendere il trapianto
più efficace in quanto le cellule di nervo periferico
dovrebbero agire da fattori trofici per le cellule della midollare,
aumentandone l'accrescimento e la sopravvivenza, e favorire il
recupero delle funzioni dopaminergiche residue delle cellule
dell'ospite. Anche in questo caso è però necessaria
una osservazione a lungo termine che confermi gli iniziali effetti
positivi sulla sintomatologia.
Accanto all'utilizzazione di cellule già differenziale
è attualmente di primario interesse la possibilità
di poter ricorrere a cellule indifferenziate, le cosiddette cellule
staminali, per ottenere risultati consistenti nelle procedure
di trapianto cellulare. Come già detto uno dei maggiori
problemi legato ai trapianti è la quantità di tessuto
fetale necessaria per ottenere effetti terapeutici. In questo
ambito la possibilità di poter utilizzare cellule staminali
totipotenti, in grado cioè accrescersi in coltura in modo
illimitato e di poter essere indirizzate verso una qualsiasi
linea cellulare matura, rappresenta una sorgente inesauribile
di cellule progenitrici da poter utilizzare per sostituire le
cellule mature colpite da processi degenerativi. La caratteristica
fondamentale delle cellule staminali, derivate dall'embrione
a livello della blastocisti, è infatti quella di accrescersi
all'infinito e di potersi differenziare in tutte le linee
cellulari dell'individuo maturo. La possibilità di
poter differenziare da tali cellule dei neuroni con proprietà
dopaminergiche è attualmente oggetto di numerosi studi
in molti modelli animali. Risultati incoraggianti provengono
da studi condotti in primati resi parkinsoniani farmacologicamente
che hanno riportato la spontanea maturazione di cellule embrionali
staminali in cellule dopaminergiche mature, anche se la sopravvivenza
di tali cellule è ancora molto bassa. Accanto alle cellule
staminali totipotenti, presenti solo a livello embrionale, occorre
menzionare le cosiddette cellule staminali multipotenti, cellule
cioè ancora indifferenziate, ma predeterminate a differenziarsi
solo in alcuni tessuti maturi e che sono normalmente presenti
anche nell'individuo adulto, come ad esempio le cellule
ematopoietiche del midollo osseo. Anche tali cellule sono oggetto
di sempre più numerosi studi sperimentali in cui sono
state tentate delle differenziazioni in senso dopaminergico con
risultati molto incoraggianti.
In un futuro non troppo lontano, una volta individuati i fattori
biologici in grado di indirizzare la differenziazione delle cellule
staminali in cellule mature, sarà possibile ipotizzare
l'uso di cellule staminali xenogene, derivate cioè
da altre specie animali, e di cellule transgeniche, derivate
cioè da processi biologici di laboratorio, quali sorgenti
illimitate per analoghi cellulari dopaminergici anche nell'uomo.
A questo proposito rimane fondamentale la necessità di
individuare non solo i fattori biologici necessari a dirigere
e a facilitare la maturazione delle cellule staminali verso una
linea cellulare prescelta, ma anche i marcatori biologici in
grado di controllarne e limitarne la trasformazione in neuroni
dopaminergici. Tale eventualità si rende indispensabile
per evitare una eccessiva attività funzionale delle nuove
cellule differenziate che potrebbe causare una incontrollate
produzione di dopamina con il rischio di gravi effetti collaterali
quali irreversibili sindromi discinetiche e disturbi comportamentali.
In sintesi, i risultati ottenuti nell'ambito della chirurgia
dei trapianti cellulari pur essendo molto incoraggianti ed aprendo
nuove ed affascinanti prospettive nel trattamento della Malattia
di Parkinson, implicano sicuramente una maggiore conoscenza delle
metodiche e dei processi di replicazione cellulare e richiedono
un continuo perfezionamento delle procedure chirurgiche prima
di rendere un procedimento terapeutico così specifico
e sofisticato una terapia abituale per la cura dei pazienti parkinsoniani.
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