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Gli effetti clinici dell'apomorfina
sui sintomi classici del Parkinson cioè acinesia, rigidità
e tremore sono gli stessi della levodopa.
Cosi come gli effetti neurovegetativi: vomito e nausea che vanno
prevenuti con somministrazioni preventive di domperidone, nella
misura di 60 mg. al giorno a iniziare 48 ore prima della prima
somministrazione.
Potrebbero esserci anche degli effetti secondari: riflessi vagali,
erezioni, riduzione della vigilanza, psicosi (sebbene quest'ultima
sia meno frequente che con altri dopaminoagonisti).
Può provocare anche delle reazioni cutanee, specialmente
con la pompa ad infusione.
Quando si usa l'apomorfina?
Prima di tutto si usa, in fase di diagnosi come test per sapere
se una persona reagisce alla somministrazione di levodopa e prevedere
la risposta ad una terapia prolungato.
Questa sostanza, conosciuta fin dalla fine ottocento, è
stata recentemente riproposta per casi di Parkinson avanzato.
I risultati ottenuti indicano che il farmaco riduce considerevolmente
le fasi "off" anche in quelle persone che non rispondono
positivamente ad altri dopaminoagonisti.
In genere un'iniezione sottocutanea di 3 milligrammi di apomorfina
è sufficiente a sbloccare in pochi minuti un paziente
in fase "off ". Tale effetto si mantiene per circa
per un'ora.
Intercalando la somministrazione di L-dopa per bocca e quelle
sottocutanee di apomorfina (in genere non più di tre o
quattro) è possibile mantenere una buona mobilità
per gran parte della giornata.
L'apomorfina possiede un forte effetto emetico, tanto che in
passato è stata usata soprattutto per indurre artificialmente
il vomito nei pazienti con intossicazioni alimentari. La sua
assunzione infatti, deve essere associata ad un farmaco antinausea.
L'apomorfina sottocutanea viene usata anche nelle cosiddette
"vacanze terapeutiche" per garantire un minimo di autonomia.
L'infusione sottocutanea continua consente di mantenere stabile
il flusso del farmaco eliminando così le oscillazioni
di on e di off causa di molto stress per mezzo di una piccola
pompa miniaturizzata. Bisogna tener presente
che i tempi di assestamento di questa sostanza sono piuttosto
lunghi, ci vogliono cioè circa due o tre mesi prima di
aver davvero un effetto positivo, mesi durante i quali i disagi
non sono pochi.
L'ipotesi, non ancora scientificamente provata che questo tipo
di terapia possa impedire o rallentare la progressione della
malattia, può essere di aiuto per superare e sopportare
i suddetti disagi.
Inoltre con l'utilizzo di aghi speciali, la parte più
antipatica e, per alcuni terrorizzante, e cioè l'inserimento
di un ago nella pancia per tutto l'arco della giornata, è
veramente non condizionante, né doloroso, dopo le prime
volte durante i fatidici primi mesi.
L'impiego di apomorfina sottocutanea viene utilizzato anche a
scopo diagnostico per i pazienti con sintomi iniziali di Parkinson.
La risposta positiva a una singola dose di apomorfina sottocutanea
rende altamente probabile una diagnosi di Parkinson.
Gli effetti collaterali principali di questa sostanza sono le
ecchimosi (lividi) nel punto di iniezione, la nausea (quasi sempre
eliminata dal domperidone), l'ipotensione ortostatica e, come
per altri dopaminoagonisti, disturbi psichici come allucinazioni,
deliri e ipereccitazione sessuale.
Per superare gli inconvenienti legati alla somministrazione sottocutanea,
sono attualmente in corso di sperimentazione nuove vie di somministrazione
dell'apomorfina come quella intranasale, quella sublinguale
e quella transdermica, con speciali cerotti da applicare sulla
cute che rilasciano lentamente il farmaco.
Sintetizziamo un caso clinico:
Si tratta di un uomo di 66 anni. Diagnosi di Parkinson nel 1979,
a 45 anni per contrazioni alla mano destra, soprattutto legate
alla scrittura, con irrigidimento della nuca e del lato destro.
Trattato inizialmente con anticolinergici che non sopportava,
viene trattato con 500 mg. di L-dopa e 200 mg. di amantadina
a partire dal 1980. Nel 1981 appaiono delle discinesie di picco
dose. Gli viene prescritta della bromocriptina e si riduce la
posologia di L-dopa. Nel 1990 appaiono delle fluttuazioni motorie
(acinesia di fine dose e fenomeni "on-off" e acatasia (che
è una strana irrequietezza che impedisce alla persona
di stare ferma) costringono ad aumentare sia la dopa che la bromoccriptina.
Nel 1996 sperimenta il Pergolide senza successo (aggressività).
Nel 1998 apparizioni quasi giornaliere di periodi off, nonostante
il frazionamento della dopaterapia, lo costringono a ricoverarsi.
Il malato viene sottoposto a terapia con iniezioni sottocutanee
di 5 mg. di apomorfina secondo bisogno.
Da due anni, sua moglie gli fa mediamente 3 iniezioni al giorno,
senza problemi di intolleranza, nemmeno quelli cutanei.
Ha potuto riprendere la sua attività.
Azione Parkinson Roma News
- n.1 marzo 2002 |