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LE CELLULE STAMINALI IN NEUROLOGIA.
Le cellule staminali neuronali (CSN), altamente indifferenziate,
possiedono la capacità, per definizione, di autorigenerarsi
e di differenziare nei tre principali fenotipi neuro-gliali (cellule
neuronali, astrocitarie ed oligodendrocitarie). Le CSN sono state
isolate da diverse regioni dell'encefalo durante lo sviluppo
e, più recentemente, anche da Sistema Nervose Centrale
(SNC) adulto, sia nell'animale sperimentale che nell'uomo, infrangendo
il dogma "storico" della impossibilità di auto-rigenerazione
all'interno del SNC. Sfortunatamente, nonostante la presenza
di cellule staminali "in loco", il SNC presenta una
ridotta capacità di auto-rigenerazione e ricostituzione
dei circuiti neuronali funzionali danneggiati in seguito a lesione
traumatica, cerebrovascolare (e.s. ictus ischemico), o neurodegenerativa
(Malattia di Parkinson). L'innovativo approccio della terapia
cellulare prevede quindi l'integrazione tra terapia farmacologica
classica volta a limitare il danno neurologico e l'infusione
di cellule neuronali immature ancora capaci di formare estese
connessioni assonali per il ripristino della funzionalità.
Il rapido incremento delle conoscenze relative alle CSN, unitamente
alla possibilità di transdifferenziare cellule non-neuronali
(per esempio della serie ematopoietica) verso il fenotipo neuro-gliale
(con una alterazione significativa del destino cellulare) ha
aperto una delle aree più interessanti della moderna neurobiologia
per un approccio riparativo strettamente connesso nel paziente
ad una strategia neuroriabilitativa per migliorare l'integrazione
funzionale della cellula impiantata nel circuito neuronale lesionato.
LA TERAPIA CELLULARE NEL SNC.
Il recupero di funzione nel SNC può essere ottenuto tramite
due meccanismi distinti ed interdipendenti. Le cellule danneggiate
dal processo neurodegenerativo o traumatico vengono sostituite
da nuove cellule capaci successivamente di differenziarsi ed
integrarsi nei circuiti neuronali polifunzionali pre-esistenti.
Il SNC adulto possiede scarsa capacità sia per un recupero
cellulare endogeno che per la riorganizzazione dei circuiti a
causa delle lunghe connessioni regolanti il rapporto sinaptico
tra diverse aree. Questi due limiti tendono a pregiudicare il
ripristino del recupero funzionale. La neurotrapiantologia può
aiutare il SNC a sostituire cellule perdute per un processo neurodegenerativo
o lesionale. Le cellule impiantate possono, oltre che integrarsi,
anche rilasciare, se ingegnerizzate geneticamente, neurotrasmettitori
(quali dopamina, acetilcolina e GABA) oppure produrre un effetto
benefico mediante sintesi di fattori neurotrofici, capaci di
combattere la degenerazione in atto e/o di promuovere la rigenerazione.
L'impatto clinico della trapiantologia nelle malattie neurodegenerative
del SNC è stato rilevante sin dagli anni '80 quando una
serie di pazienti affetti da Malattia di Parkinson (PD) è
stata impiantata con cellule neuronali umane fetali ottenute
da substantia nigra (1). Anche le cellule della midollare surrenale,
per le ben note potenzialità di trasformazione neuronale
dopo trattamento con Nerve Growth Factor (2), sono state impiantate
nell'encefalo di pazienti affetti da PD con rilevanti risultati
e l'Università di Milano ha svolto un ruolo pionieristico
maturando competenza sia in campo clinico che di neurobiologia
di base (3, 4, 5). La neuroimplantologia negli anni successivi
si è notevolmente sviluppata a livello sperimentale con
applicazioni cliniche in altre patologie, prime tra tutte la
malattia di Huntington (6). Malgrado i promettenti risultati,
l' implantologia con cellule umane era e rimane gravata da problematiche
di ordine biologico ed etico, non ultima quella dell'approvvigionamento
del tessuto. Il destino finale delle cellule neuronali impiantate
è lontano dall'essere definito, inoltre le cellule neuronali
post-mitotiche utilizzate non possono essere espanse o conservate
per lunghi periodi di tempo, richiedendo la sincronizzazione
tra momento del prelievo ed impianto terapeutico. Le recenti
scoperte relative alle cellule staminali hanno, quindi, improvvisamente
aperto nuovi orizzonti per la trapiantologia cerebrale.
CELLULE STAMINALI: CONCETTI DI BASE.
Nei vertebrati le cellule staminali sono state tradizionalmente
suddivise in due gruppi: il primo è rappresentato dalle
cellule embrionali o ES, pluripotenti, ottenute della blastocisti,
capaci di generare tutti i differenti tipi cellulari dell'organismo
(7). Il secondo gruppo comprende le cellule staminali organo-specifiche
multipotenti, cioè capaci di generare solo progenie differenziata
appartenente allo specifico foglietto embrionale da cui originano.
L'esempio più evidente del secondo gruppo è rappresentato
dalle cellule staminali del tessuto ematopoietico (8).
Le cellule staminali sono presenti anche nella vita adulta dove
si mantengono in nicchie specifiche come cellule indifferenziate,
capaci di proliferare in modo indefinito ma, a differenza dei
tumori, in maniera controllata (9).
In alcuni tessuti ad alta proliferazione (ad esempio, cute) esiste
un evidente razionale per la presenza di cellule staminali; in
altri, come il sistema nervoso, la presenza di cellule staminali
può essere provata "in vitro" solo dal loro
isolamento, crescita e capacità di differenziamento in
coltura (8).
Le cellule staminali neurali sono state ritrovate inizialmente
in selettive aree dell'encefalo di roditore e possono proliferare
"in vitro" sotto forma di neurosfere (aggregati clonali
in sospensione) amplificabili e criopreservabili (10, 11). Il
ruolo del rinnovamento cellulare nel SNC è incerto, anche
se nell'adulto nuove cellule neuronali possono generarsi in almeno
due zone anatomiche: il giro dentato e la zona subventricolare
(12). Dati successivamente acquisiti tendono a dimostrare che
cellule progenitrici multipotenti possono essere presenti in
stato di quiescenza in varie regioni dell'encefalo adulto (13)
inclusa la corteccia frontale del primate non umano (14).
La neurogenesi è regolata da stimoli ambientali e può
essere influenzata da eventi lesionali per cui non è possibile
escludere a priori che il tessuto neuronale adulto possegga una
insospettata capacità di autorinnovamento, drasticamente
ridotta o persa in caso di patologie neurodegenerative (15).
Grazie alle loro potenzialità intrinseche, le CSN adulte
possono essere sfruttate per innovative applicazioni cliniche
come sorgente autologa di tessuto per impianto (trapianto di
cellule staminali). Alternativamente esse possono essere stimolate
"in loco" mediante infusione sistemica di fattori neurotrofici
(ad es. il basic Fibroblast Growth Factor, bFGF) in grado di
sottrarle al loro normale stato di quiescenza (16, 17).
Le cellule ES e le cellule staminali sono state iniettate in
diversi modelli animali di malattie neurodegenerative dove hanno
dimostrato efficacia funzionale come, per esempio, il miglioramento
del metabolismo dopaminergico in modelli sperimentali di parkinsonismo
(18). Inoltre, le cellule staminali possono essere manipolate
geneticamente e successivamente re-impiantate nell'animale dove,
per proliferazione, originano una progenie differenziata esprimente
geni specifici. Recentemente, cellule ingegnerizzate a produrre
il Glial Cell line-Derived Neurotrophic Factor o GDNF sono state
iniettate nel modello sperimentale di morbo di Parkinson e si
sono dimostrate efficaci nel prevenire la degenerazione dei neuroni
dopaminergici, limitando quindi il danno motorio indotto dalla
6-idrossidopamina (19). Grande clamore hanno suscitato i recenti
risultati di recupero funzionale indotto dal trapianto di CSN
adulte in un modello animale di sclerosi multipla cronica (20).
Nonostante i buoni risultati ottenibili con il trapianto di cellule
staminali in modelli animali, ogni preparazione allogenica cellulare
per l'impianto deve essere pura ed omogenea per divenire eleggibile
per l' approccio clinico nell'uomo, situazione ancora ben lontana
dall'essere raggiunta (21). I limiti maggiori all'applicazione
clinica sono a tutt'oggi correlati alla carenza di metodi affidabili
e riproducibili per l'isolamento di popolazioni pure, in assenza
di marcatori cellulari specifici per le cellule staminali (22).
SORGENTI ALTERNATIVE DI CELLULE STAMINALI NEURALI.
Per lungo tempo si è ritenuto che il destino delle cellule
staminali organo-specifiche fosse strettamente limitato e che
potessero dare origine a progenie differenziata tipica del tessuto
di provenienza. Le cellule ES, invece, sono in grado di generare
cellule neuronali, ad es. dopaminergiche, capaci di sopravvivere
ed integrarsi funzionalmente dopo essere state impiantate nello
striato lesionato di un modello sperimentale di parkinsonismo
(23). Tuttavia di difficile soluzione è ovviare al problema
dell'alta potenzialità teratogena delle ES (7).
Studi recenti suggeriscono che, di fatto, non esiste una restrizione
per le cellule staminali organo-specifiche. Dati sperimentali
indicano che le cellule staminali adulte possono cambiare il
loro destino cellulare e differenziarsi in cellule specifiche
di altri organi e/o tessuti sia "in vitro" che "in
vivo". Una delle prime dimostrazioni riguarda le cellule
staminali ematopoietiche che sono state indotte a trasformarsi
in cellule muscolari (24). Anche cellule staminali neurali, in
opportune condizioni, possono differenziare in cellule ematopoietiche
(25) e viceversa (26, 27). Una potente dimostrazione è
stata prodotta relativamente alla pluripotenzialità delle
cellule mesenchimali ematopoietiche derivate dal midollo osseo
adulto a generare cellule a fenotipo neuro-gliale (28), mentre
il transdifferenziamento di cellule mesenchimali con acquisizione
di un fenotipo neuronale è stato ottenuto "in vitro"
(29). Tali esperimenti tendono a dimostrare la possibilità
di transdifferenziare cellule adulte verso nuovi fenotipi cellulari
dopo condizionamento epigenetico con una sostanziale omologia
tra le cellule ES e le cellule staminali organo- o tessuto-specifiche.
Tale rivoluzionario concetto ha modificato l'approccio terapeutico
di diverse patologie del SNC e Periferico aprendo un rilevante
settore di ricerca.
DALLE EVIDENZE SPERIMENTALI AD UN REALISTICO APPROCCIO CLINICO.
L'area di ricerca strettamente connessa alle cellule staminali
vive giornalieri progressi che dal laboratorio si trasmettono
alla comunità ed ai pazienti sollevando aspettative di
pronta terapia che trascendono i limiti stessi della sperimentazione.
E' per questo che le notizie scientifiche devono essere vagliate
e trasmesse al pubblico con particolare attenzione per non pagare
lo scotto di un repentino e incauto impiego clinico. La neuro-trapiantologia
nella malattia di Parkinson ha vissuto momenti drammatici alla
fine degli anni '80, quando un numero maggiore di pazienti fu
sperimentalmente trapiantato rispetto ai primati non-umani. La
stessa esperienza non va oggi ripetuta perché il rischio
di recare un irreparabile danno alla ricerca di base è
direttamente proporzionale all'avidità di entrare nell'arena
clinica con procedure sperimentali ancora non pienamente definite.
Un approccio più razionale si è verificato nel
caso, per esempio, della malattia di Huntington dove la recente
definizione del deficit di un fattore trofico (Brain derived
neurotrophic factor o BDNF) ha aperto nuovi orizzonti terapeutici
per l'impianto di cellule trasformate a produrlo (30).
Il recente cauto editoriale del Comitato Esecutivo dell'European
ALS Consortium, rappresenta una posizione scientifica ed etica
applicabile più estesamente a tutto il campo di impiego
delle cellule staminali per patologie neurodegenerative, cerebrovascolari
e traumatiche (31,32).
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